Fotografare è assaporare intensamente la vita, ogni centesimo di secondo: diceva il fotografo Marc Riboud. Troppo spesso, oggi, diamo per scontato il vero significato del verbo fotografare.
Fotografare è un modo di vivere, l’atteggiamento di chi ha il dono di saper sintonizzare la mente, gli occhi e il cuore. Per non perdere nessuna vibrazione, positiva o negativa che sia. Per mostrare che cosa si nasconde dietro un istante. Per regalare le emozioni del passato a chi vorrà viverle o riviverle nel futuro. O, semplicemente, per svelare una verità che appare celata. La fotografia non dovrebbe mai essere scattata con la “forza”. La fotografia “giusta” cattura la tua anima perché si offre alla tua anima, in uno scambio reciproco di sensazioni. E una foto può raccontare, raccontarsi e raccontarci. Raccontando un “NOI” che è la vita. L’insieme di gioie e dolori, sorrisi e lacrime, successi e dispiaceri, sensi di colpa e soddisfazioni… il “NOI” che è talvolta un “io”, il “NOI” che talvolta è un “loro”.
In queste settimane NOI è anche il family drama di RAI fiction e Cattleya. L’atteso remake italiano dell’americano “This is us”. Il cast eccellente a NOI ha convinto: Lino Guanciale, Aurora Ruffino, Dario Aita, Livio Kone e Claudia Marsicano, per citare i componenti della Famiglia Peirò. Luca Ribuoli alla regia. Salti temporali, una regia dinamica e una scrittura altamente emotiva, per raccontare 40 anni della nostra Italia. E NOI ci siamo letteralmente innamorati di alcune foto, diventate virali sui Social, che ci hanno aperto le porte del backstage di questa ammaliante serie tv. L’autrice di questi scatti è la fotografa di scena Jessica Guidi. Intervistarla è stato bello, davvero: divertente, profonda, semplice e complessa al tempo stesso. Una donna di talento: dalle sue foto nasce sempre un racconto, sensibile e forte, della realtà senza fronzoli, senza giudizi, ma con tanti spunti di riflessione e di dialogo. Per pensare, per ricordare, per sognare.
L’INTERVISTA
Conosciamoci meglio. Ci racconti qualcosa di te? Partiamo da che cosa è la fotografia per te e da come è nata questa tua passione… Nasco nel ‘78 e, vent’anni dopo, mi ritrovo nella camera oscura di una scuola di fotografia del Comune di Roma, dove scopro me stessa. Scopro Jessica, insieme al valore dell’istante; scopro che un pensiero e un modo di sentire si possono agire anche attraverso la fotografia. Tutti i miei studi, da quelli universitari al pianoforte, convergono lí, nella lente di una reflex analogica: inizio subito a fotografare concerti ed è forse in quelle occasioni che imparo davvero ad ascoltare con gli occhi. Dopo qualche anno, il mio sguardo si nutre di una realtà nuova grazie all’incontro con il Buddismo e, più tardi, con quei luoghi più reali dell’irrealtà che sono i set cinematografici. Poi il reportage: un dovere e un’esigenza, la mia. Quando fotografi, entri nell’intimità mentre racconti la vita. Questo ti costringe ad abbandonare i pregiudizi e ad ascoltare quello che accade. E ad ascoltarti. Saper scrivere con la luce è un privilegio.
In questi giorni sono virali le tue fotografie scattate sul set di “Noi”, il family drama di RAI1: intense, semplicemente. Come sei diventata fotografa di scena? La prima esperienza è stata, nel 2005: un cortometraggio girato in pellicola e ambientato durante la seconda guerra mondiale. Fino a quel momento avevo lavorato come fotografa di scena a teatro o nei concerti. Rimasi subito affascinata dal privilegio che il set mi offriva di viaggiare nel passato, lasciandomi la libertà di svelare l’inganno con un semplice passo indietro, fotografando il backstage. Qualche anno dopo, la mia prima collaborazione per Cattleya fu in una mini-serie ambientata nei primi anni del ‘900, quindi, girata tutta in costume. Anche “Noi” è un continuo alternarsi di tre piani temporali con flashback tra gli anni ’70, gli 80’ e gli anni 2000. La sfida più grande per me è essere nel qui e ora, vivere il presente. La fotografia mi ha insegnato a “stare” e, grazie al cinema, ho avuto l’opportunità di vivere addirittura un tempo non lineare ma verticale: nel presente sono contenuti passato e futuro, in un unico istante, in uno scatto fotografico che si fa eterno.
Hai lavorato come fotografa in diversi ambiti: dal teatro ai concerti, dalla fotografia d’arte al reportage. Quale aspetto del mondo del cinema ti ha portata a preferire la carriera di fotografa di scena?La fotografa è una figura professionale spesso “isolata”. Nel cinema ti senti, invece, parte di un grande progetto. Ogni reparto è indipendente ed essenziale alla riuscita del film. Inoltre amo relazionarmi con diversi tipi di persone, mi fa crescere umanamente e una troupe cinematografica abbraccia ogni differenza: da quella di età, a quella di genere, a quella sociale… E di quelle differenze ne faccio tesoro.
Che cosa porti con te dell’esperienza di “Noi”?
I legami. Sei mesi di riprese ti permettono di conoscere le persone, leggerle e, quindi, poterle raccontare entrando in punta di piedi, senza avere fretta. Questo sia per quanto riguarda la troupe – con qualcuno è anche nata un’amicizia – che per il cast artistico, composto da attrici e attori dal cuore gentile. È stato semplice fotografarli perché non c’è mai stato un muro da oltrepassare. Si è creato subito uno scambio naturale. E in questo scambio ho notato che ognuno aveva alcuni aspetti caratteriali del personaggio che interpretava; a nessuno è stato adattato un ruolo distante. Penso sia stata fatta una ricerca di casting incredibile. Poi Luca Ribuoli ha una grande capacità di tirare fuori dagli attori quello che cerca. Si isola con loro per molto tempo per provare prima di girare. È la seconda volta che lavoro con lui. Luca è incredibile, dà tutto se stesso senza mai perdere la concentrazione.
Quali sono, se ci sono, le differenze tra scattare foto nel quotidiano (foto, ad esempio, durante una passeggiata, foto ad una cerimonia oppure ad un evento) e foto di scena? In un set, come dicevo prima, sei parte di una squadra e, quindi, devi stare attento a non calpestare il lavoro degli altri. In una situazione normale scegli l’inquadratura e ti concentri sul soggetto. Al cinema devi prima di tutto guardare che cosa succede intorno a te, come si muove la troupe, se entri nell’inquadratura, scegliere un punto di vista diverso da quello del punto camera, studiare la luce migliore… tutto questo mentre osservi quello che accade sulla scena, cercando di carpire le espressioni migliori degli attori. Naturalmente devi essere “trasparente” e silenziosa. Insomma, ogni scatto è una sfida.
C’è qualcosa in particolare che di solito ispira i tuoi scatti? La vita. Dal reportage alla street photography, dal ritratto alle foto di scena: sento l’esigenza di raccontare, essere occhi per chi non vive quell’istante o, nel caso dei ritratti, regalare uno sguardo esterno di sé.
Lo scatto più bello che hai realizzato? Ogni scatto fotografico è come un figlio, è difficile essere obiettivi e scegliere il più bello. Però ci sono foto a cui sono particolarmente legata perché hanno segnato un passaggio. Una di queste è una fotografia realizzata nel 2016 durante una manifestazione per i diritti civili a Roma dal titolo Svegliati Italia. In primo piano, tra i manifestanti, si vede una mano che alza una sveglia e, sullo sfondo, il Pantheon. Da questo scatto decisi di realizzare un reportage – Il Risveglio – che racconta la lotta del movimento LGBT+ italiano durante le manifestazioni per l’approvazione del DDL Cirinnà. Sono legata a questa foto per due motivi. Il primo è che in quella piazza mi sono commossa: ricordo l’espressione fiera dell’uomo che alzava la sveglia, un gay attivista di circa sessant’anni. Intorno c’erano tante famiglie anche eterosessuali scese a manifestare per i diritti degli omosessuali. L’altro motivo è che questa foto mi ha permesso di affacciarmi al mondo dell’arte fotografica fuori dall’Italia: fu esposta al Festival Internazionale di fotografia ad Arles e, da lí, cominciai ad esporre in altre gallerie in Europa.
La fotografia che non hai ancora scattato? Me ne vengono in mente due: una foto di scena per un grande film d’autore e una foto per un progetto fotografico su cui sto lavorando da molti anni che mette in relazione l’attuale crisi migratoria con il Colonialismo italiano in Africa. Vorrei includere nel racconto una foto ai braccianti agricoli immigrati, i nuovi schiavi dell’agricoltura. È una foto denuncia al caporalato quindi complicata da realizzare ma troverò il modo.
La foto che rimpiangi di non aver potuto fare? 2006, New York. Ero ferma su un marciapiede ad aspettare che uscissero da un negozio le persone con cui stavo visitando la città. Fremevo perché volevo andare in giro a fotografare. Ad un certo punto decisi di entrare nel negozio per sollecitarle. Quando uscii, sentii il suono di una sirena della polizia allontanarsi e vidi la persona che era accanto a me ad aspettare che mi guardava timorosa: non sapeva come dirmi che proprio nell’istante in cui mi ero allontanata, c’era stato il violento arresto di un afro-americano davanti ai suoi occhi. Fu una lezione durissima. Ci ripensai per mesi. Vivevo nell’illusione di dover rincorrere, cercare altrove tutto e tutti. Insomma, l’esatto contrario del vivere l’istante presente di cui parlavo prima.
Che cosa vorresti che le persone cogliessero davvero nelle tue foto? Non amo instradare la lettura delle immagini. Per questo raramente scelgo dei titoli. Quando fotografo strappo un istante per mostrarlo nudo a chi non è presente. Poi sta allo spettatore vestirlo nella propria intimità. Il mio desiderio è ispirare una decisione, un viaggio, un sogno, un’emozione repressa, come spesso è capitato a me guardando le foto altrui.
Ci descrivi il tuo stile fotografico usando tre aggettivi? Intenso, realistico, surreale. Come vedo la vita insomma!
Un consiglio per scattare una bella foto, anche solo con il cellulare… Non avere fretta. Capire quello che stiamo guardando e, poi, cercare di fermarlo. Spesso mi capita di trovarmi davanti uno scorcio, una via, un paesaggio e aspettare che capiti quello che mi comunica.

Biografia /Jessica Guidi inizia il suo percorso professionale nelle vesti di fotografa di concerti, accreditata da importanti testate musicali come Rockstar, o di Festival internazionali come il Villa Celimontana Jazz Festival. Collabora con David Zard (dal Cirque du Soleil, al Notre Dame de Paris) e con l’Agenzia fotografica Photomovie. Tra le diverse esperienze come fotografa di scena, ricordiamo il set di “Grand Hotel” (regia di Luca Ribuoli), prodotto da Cattleya per Rai Fiction. Realizza il suo primo reportage sulla lotta del movimento LGBTQI italiano per i diritti civili che diventa una mostra dal titolo “Il Risveglio”, incontrando la fotografia d’arte: le sue opere saranno esposte al Festival Internazionale di fotografia di Arles, ad Amsterdam, Parigi, Grenoble. Grazie alla passione per il reportage, pubblica, sul National Geographic Italia, il racconto fotografico della vita di una drag queen, intitolato “Obama, the queen”. Nel frattempo, inizia a documentare la difficile situazione dei migranti a Roma per il progetto fotografico “L’Eredità” che mette in relazione la crisi migratoria in Italia con il Colonialismo italiano nell’ Africa orientale. Nel 2021, ritorna sul set per Cattleya (di nuovo con la regia di Luca Ribuoli), come fotografa di scena di “Noi”, il remake italiano della pluripremiata serie americana “This is Us”.
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