IL CARNEVALE IN ITALIA. Prima parte

Il misterioso significato del Carnevale. Nel tempo calendariale la festa più sorprendente e spiazzante è, di certo, il Carnevale. Festa del rovesciamento, dell’ambiguità, del Doppio, simbolo che signoreggia ed incombe nella psiche di ognuno di noi e nell’immaginario collettivo. Forse l’enigma del Carnevale è tutto in un interrogativo: la maschera, emblema carnascialesco, vela o svela qualcosa? Oppure, più ambiguamente, ri-vela: cioè svela, ma al tempo stesso vela di nuovo. Capire, dunque, il mistero della maschera equivale a intraprendere un viaggio nei territori dell’Arcano e dell’Indicibile.

Un viaggio che ci consente il più folle dei voli pindarici: da Dioniso a Giulietta e Romeo. Dioniso: il dio greco, nato due volte, padre del teatro antico (gran teatro è il Carnevale!), ucciso dai Titani, mentre guarda in uno specchio il falso doppio di sé. Romeo e Giulietta: gli immortali figli di Amore e Morte, che si incontrano in una festa di Carnevale, nella quale (come ci rivela Luigi da Porto in una sconosciuta novella, “saccheggiata” poi dal sublime Shakespeare) Romeo è mascherato da “ninfa” e supera in bellezza le altre donne.

L’enigma dell’etimologia del termine “Carnevale”. Noi non sappiamo che cosa significhi la parola “Carnevale”: carnes levare (“togliere le carni”) o carni vale (“addio alle carni”) in rapporto alla Quaresima in cui è vietato cibarsi di carni? Oppure car naval? Che era il “carro navale” di origine babilonese, con cui si festeggiava l’arrivo di una fase nuova della Terra (l’anno nuovo o la primavera): era una fase di passaggio, imprevedibile e sfrenata, in cui “si moriva al passato” e si rinasceva a una nuova vita. Questo rito, poi, nel tempo ha dato origine alle corse dei cavalli in onore di Marte a Roma e alla “Nave dei Folli” nel Medioevo.

Ed ancora, non sappiamo quando il tempo carnascialesco abbia inizio. Immediatamente prima della Quaresima? O in rapporto a due feste precedenti (la Candelora o la festa di Sant’Antonio Abate, presentato dalla tradizione come capace di “scherzare” con il Diavolo)? O, ancor prima, quando, per gli antichi Romani, prendeva l’avvio il tempus tremendum, nella notte fra l’1 e il 2 novembre, in cui si riteneva che i morti tornassero sulla Terra dall’Aldilà fino all’Epifania. Anche il Carnevale, allora, se è vero che deriva dal car naval, è la tragicomica epifania dei morti.

L’etimologia del termine “maschera” e il suo significato simbolico. Ma anche la parola “maschera” non deriva dal rassicurante termine arabo maskarah (“burattino”), bensì da un tardo latino maska, che, attestato nell’Editto di Rotari (643), indicava, in analogia con la striga e la larva, un morto o un divoratore di persone vive. Secondo Battisti-Alessio, il latino tardo masca potrebbe essere il relitto di un antico termine pre-gallico, che sarebbe ritornato nel francese rabâcher (in antico francese rabaschier) che significa “far fracasso” ed era detto degli spettri (anche nel greco antico, del resto báskanos vuol dire “chi strega”, báskanion “amuleto” e bascanìa “fascino”). In una parola, la maschera indicherebbe un essere demoniaco. Ne sapeva qualcosa il domenicano Domenico Gori, che nel 1604 scriveva: “La prima maschera che mai sia stata rappresentata fu l’Angelo Nero”. Questi è il Diavolo, come aveva già sostenuto anche Tommaso Garzoni nel LXXXIV Discorso (De’ mascherari e delle maschere) della sua Piazza universale di tutte le professioni del mondo (1589): “La prima maschera che mai sia stata al mondo senza alcun dubbio fu l’angelo nero che, sotto il volto di malizioso serpe” persuase Eva, “la prima madre”, al peccato originale.

Un’ingombrante presenza, questa del Demonio, in molti Carnevali italiani: dalla questua infernale nella Mascherata del Diavolo a Tufara (Campobasso) alla nera maschera a cavallo di ‘U diavulu, che rivela a Lungro (Cosenza) i peccati dei compaesani. Ma diaboliche forse sono tutte le maschere. Da quella animalesca a cui Giovan Battista Della Porta (1535-1615), con la sua sconvolgente fisiognomica, riduce i tratti bestiali del volto umano, leggendovi lo specchio dell’anima, all’arcaica maschera della Nuova Guinea, detta “dell’assassino”, la quale non solo fa paura agli altri, ma fa convergere la sua negatività sulla persona che la porta.

Ma, oltre che con il Diabolico, la maschera è in rapporto con la Morte. Carlo Levi, ad esempio, nel suo Cristo si è fermato ad Eboli descrive il carnevale del Cilento, presentando le maschere contadine, tutte bianche (il colore trasparente della Morte, di coloro che vedono senza essere visti) come “demoni scatenati, pieni di entusiasmo feroce”. Però, nel Carnevale la Morte è in rapporto con la Vita, se è vero che essa è una festa propiziatoria nei confronti del seme, che, per nascere, deve prima sperimentare la condizione della morte sotto terra.

 

Appuntamento a domani per la seconda delle quattro parti del nostro viaggio alla scoperta del Carnevale in Italia

Laureato in Lettere classiche e in Sociologia, docente di Italiano e Latino al Liceo Classico di Sarno, giornalista pubblicista, ha insegnato “Linguaggio giornalistico” all’Università di Salerno. E’ autore, tra l’altro, di due storie della letteratura italiana e de “Il Labirinto e l’Ordine” (Commento integrale alla “Divina Commedia”), di testi teatrali e saggi sulle tradizioni popolari. Il suo manuale “Le tecniche della scrittura giornalistica” (Ed. Simone) è citato nella Bibliografia della voce della Enciclopedia Treccani “Giornalismo”, appendice VII – 2007. Ha scritto una trilogia sulla Campania misteriosa che comprende: "la città che urla segreti", il thriller storico ambientato nella Napoli misteriosa (Guida Editori); "le ombre non mentono", il thriller storico ambientato nella Salerno misteriosa (Guida Editori); "che ora è dea notte?", il thriller storico ambientato tra i misteri di Ischia e Procida (Guida Editori).