Chilometro 42 | Angela Ciaburri regista ed interprete eccellente

Rubrica "Le voci 'da'dentro" | Chilometro 42 racconta le tappe fondamentali della vita dell'atleta Kathrine Switzer, prima donna della storia ad aver corso una maratona e ad aver dato vita al movimento sportivo femminile nella disciplina della corsa

Angela Ciaburri è un’ attrice straordinaria. Sguardo intenso, sorriso dolce. Carattere determinato, modi gentili. Parlare con lei è piacevole ed il tempo vola perché è intelligente, competente ed è simpatica. Dalla sua voce traspare l’amore incondizionato per la recitazione. L’amore per tutto quello che sa di teatro e di cinema, di palco e di set. Recitare, interpretare. Dare un’anima nuova a ruoli complicati è forse la sua specialità.

MediaVox Magazine ha conosciuto Angela grazie alla talentuosa fotografa di scena Jessica Guidi che ha seguito la produzione della bella serie-tv RAI “NOI“; poi, l’ha incontrata di persona alla 26esima edizione del prestigioso Premio Penisola Sorrentina del Patron Mario Esposito.

Angela Ciaburri, da sempre divisa tra il percorso universitario e quello accademico, si diploma alla scuola di recitazione del Teatro Stabile di Genova e, quasi contemporaneamente, consegue la laurea in Scienze giuridiche. Entra in contatto con grandi maestri del teatro prima come insegnanti, poi come registi di spettacoli a cui prende parte. Consegue la seconda laurea in Discipline delle arti della musica e dello spettacolo e, contestualmente, fonda una compagnia, con cui comincia un percorso di ricerca e sperimentazione. Nel 2016, debutta davanti alla macchina da presa diretta da Marco Tullio Giordana, poi da Silvio Soldini; ma è “Gomorra 3 – la serie”, diretta da Claudio Cupellini e Francesca Comencini a renderla nota al grande pubblico. Nel frattempo, non abbandona mai il lavoro a teatro. Ha conquistato pubblico e critica con la sua Betta in “Noi” per Cattleya e Rai.

Abbiamo intervistato Angela per farci accompagnare da lei alla scoperta di tutto quello che c’è dentro e dietro Chilometro 42. Per la prima volta, oltre ad essere interprete, Angela è regista di questo spettacolo, originale ed appassionante, che racconta le tappe fondamentali della vita dell’atleta Kathrine Switzer, prima donna della storia ad aver corso una maratona e ad aver dato vita al movimento sportivo femminile nella disciplina della corsa.

L’INTERVISTA

Chilometro 42 è lo spettacolo nel quale esordisci per la prima volta come regista. Com’è stato “stare dall’altra parte”? E’ stato bellissimo, stimolante, ma molto faticoso. Ho dormito molto poco, soprattutto nella fase di impostazione del progetto. Ho capito che il grosso del lavoro del regista si fa a casa, non alle prove, bisogna arrivare in sala con delle coordinate ben precise, altrimenti ci si perde.
Non avevo mai considerato la possibilità di fare la regia di uno spettacolo, poi ho realizzato che l’unica possibilità di esprimere totalmente il mio gusto e la mia idea di fare teatro era accettare questa sfida: l’impresa, poi, è stata particolarmente ardua perché sono anche l’unica interprete; in più la musica non è una mera colonna sonora, si interseca, fa da contrappunto; è uno spettacolo pieno di appuntamenti, di dialoghi tra due linguaggi diversi; quindi richiedeva una marea di scelte registiche. Insomma, mi sono complicata la vita, infatti l’apporto dei miei compagni di lavoro è stato fondamentale. Non nascondo che ci ho preso gusto!

Chilometro 42 racconta le tappe fondamentali della vita dell’atleta Kathrine Switzer, prima donna della storia ad aver corso una maratona e ad aver dato vita al movimento sportivo femminile nella disciplina della corsa. Com’è nata l’idea di questo spettacolo? Tutto merito di Giovanni Bonacci, l’autore del testo e il vero appassionato di sport del gruppo. Aveva già messo in piedi un progetto teatrale con altri colleghi (Trops), focalizzato su storie di grandi sportivi, dai tratti universali: un bel giorno ha deciso di portare un estratto della storia di Kathrine al Superficie Live show, e Matteo Santilli, il direttore artistico della trasmissione, mi ha telefonato e mi ha detto: “Giovanni Bonacci ha una storia per te”, chiamalo. E così ho fatto. Il resto è stato ricerca e studio insieme, caffè che duravano ore, discussioni, pantani, e riprese a tutto gas. Insieme abbiamo tracciato le linee guida, poi Giovanni tornava a casa e scriveva. Il tutto è durato un anno e mezzo.

Dalle vicende che riguardano la Switzer fino ad oggi sono passati decenni di lotte per l’uguaglianza di genere. Cos’è cambiato da allora? Molto, ma ancora troppo poco. Sono cambiate le leggi, ci sono sicuramente più tutele, ma a livello culturale siamo molto indietro. Nel nostro linguaggio, nei nostri comportamenti, anche di noi donne dico, è stratificato un certo tipo di approccio, di stereotipizzazione dei ruoli. Per quanto ci si sforzi, siamo stati cresciuti da una società maschilista. Dico sempre che solo quando raccontare queste storie ci sembrerà anacronistico sarà veramente cambiato qualcosa. Finchè sentiremo il bisogno di certificare la nostra uguaglianza, finchè esisteranno i movimenti per i diritti delle donne, non avremo fatto abbastanza. Questo per quanto riguarda l’occidente. Per quanto riguarda l’oriente, rispondono i giornali e le notizie degli ultimi anni per me. L’esempio più recente sono gli episodi agghiaccianti durante i mondiali in Qatar. Rabbrividisco al solo pensiero. Per fortuna si sta sollevando il problema, e le donne hanno cominciato a ribellarsi a costo della vita, il senso di colpa è grande per non poter far niente. E’ facile, troppo facile, parlare da qui.

Qual è l’insegnamento più grande che ti ha lasciato la storia di Kathrine? Che ci vuole coraggio. Ce ne vuole per seguire il flusso delle cose, che nella maggior parte dei casi va controcorrente. Ci vuole coraggio per dire “no”, per proteggere ciò che siamo, per scegliere cosa essere e decidere chi si vuole diventare. Non si deve mai essere pigri: se si vuole scoprire la propria identità, il motivo per cui siamo qui… bisogna continuare a cercare.

Per recitare in Chilometro 42 ti sei letteralmente calata nei panni della maratoneta allenandoti a correre e recitare insieme, senza fiatone. Ci racconti di quest’esperienza? Un’ora al giorno, tutti i giorni, ripetere lo spettacolo di fila, correndo. Abituare i muscoli a fare da soli, dissociando il pensiero. Un antidoto non solo al fiatone, ma anche all’insicurezza e, banalmente, all’ansia di dimenticare le battute (nessuno lo dice ma è un problema oggettivo). Tutto questo per riuscire a sostenere un’ora di parole rimanendo concentrata esclusivamente sulle emozioni, sintonizzata con il mio compagno di scena e il pubblico.

Parliamo dei tuoi compagni di lavoro: GIOVANNI BONACCI, MUNENDO e MATTEO SANTILLI. Quale aggettivo daresti a ciascuno di loro? Giovanni ispirato, Munendo espressivo, Matteo pragmatico.

Pur essendo giovanissima, hai già sperimentato ruoli molto diversi al cinema, al teatro e in televisione. C’è un ruolo in particolare che non hai ancora recitato ma che ti piacerebbe poter interpretare in futuro? L’eroina. Una che sta dalla parte dei più deboli, a discapito degli sciacalli; insomma, quello che vorrei essere nella vita. Nel cinema mi piacerebbe lavorare in un’action, stile “Kill Bill”. Se devo sognare, lo faccio in grande.

Altre date in calendario per Chilometro 42? Altri progetti in cantiere? Stiamo lavorando per organizzare una tournée di “Chilometro 42” nel 2023. Ho appena finito le riprese di un film per il cinema che uscirà a metà anno e a febbraio vedrete su Rai 1 una serie tv di cui vado molto fiera con la regia di Monica Vullo.

SINOSSI DELLO SPETTACOLO |“Chilometro 42” è uno spettacolo (in forma di monologo) che narra le tappe fondamentali della vita della prima maratoneta donna della storia : Kathrine Switzer. La pièce è strutturata lungo tre piani narrativi, nei quali si avvicendano più personaggi interpretati dalla stessa attrice: Kathrine, la narratrice e altri, coprotagonisti di una biografia romanzata, che fa del passaggio da registri brillanti a registri drammatici il suo punto di forza. Il tutto è accompagnato da un musicista dal vivo con loop station, che, in continuo dialogo con l’attrice, esegue una partitura di effetti, suoni, rumori, brani musicali. Siamo negli anni 60’, nel paese più all’avanguardia al mondo – gli Stati Uniti – molte cose stanno cambiando e importanti eventi, dalla guerra in Vietnam alla “Marcia su Washington”, catalizzano lo sguardo dell’opinione pubblica. In quegli stessi anni, silenziosamente, si fa strada una questione che solo decenni dopo avrebbe conquistato l’attenzione che merita: la parità di diritti fra uomini e donne. E proprio a proposito di questo, Il focus si sposta sulla vita di una ragazza alla ricerca della sua identità: dalla prima infanzia alla pubertà, dal Liceo all’Università; le prime esperienze, la ricerca forsennata di modelli da seguire, la frustrazione nel non trovarli, la faticosa creazione di un proprio percorso, l’approdo nell’isola felice delle passioni. E sarà proprio la sua più grande passione, la corsa, a renderla involontaria eroina di quella battaglia tra maschile e femminile. La partecipazione di Kathrine Switzer alla Maratona di Boston non intendeva essere un atto di disobbedienza civile; ma il semplice conseguimento di un sogno: quello di prendere parte alla più antica manifestazione sportiva americana. Dopo i primi chilometri, tuttavia, realizza di essere stata ammessa per errore e che gli organizzatori non accettano donne all’interno della gara; tale è la loro opposizione, che il Responsabile della Maratona- Jock Semple – scenderà personalmente in strada per escluderla (ricorrendo alla violenza fisica) fuori dal tracciato. Kathrine riuscirà a rimanere in gara e terminerà il percorso 3 ore più tardi, grazie alla tenace difesa del suo allenatore e alla sua straordinaria forza d’animo. Era il 1967 e la sua iniziativa, coraggiosa e, almeno all’epoca, controversa, ebbe un effetto dirompente, sia nel successivo sviluppo del ruolo delle donne nello sport, sia, in maniera più vasta, nella lotta per l’emancipazione femminile in ogni ambito. La corsa, già di per sé, contiene una serie di metafore che vale la pena raccontare. “Corsa” come viaggio, misura di se stessi e avvicinamento al trascendentale; nello spettacolo, infatti si corre: partiture fisiche, che declinano, in tanti modi diversi, questo sport nei suoi aspetti più tecnici e spettacolari. Ma, attraverso questo personaggio, che ha segnato profondamente il mondo dello sport ed il suo rapporto con la società civile, l’obiettivo è soprattutto quello di ragionare, in parole e musica, su temi scottanti della contemporaneità, come l’inclusione, il riconoscimento e l’uguaglianza, intesa come esaltazione e valorizzazione delle differenze.


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Leggi gli articoli di MediaVox Magazine collegati alla serie NOI:

https://mediavoxmagazine.it/?p=19650

https://mediavoxmagazine.it/?p=20664

https://mediavoxmagazine.it/?p=20198

Leggi gli articoli, nell’apposita sezione di MediaVox Magazine, dedicati al Premio Penisola Sorrentina:

https://mediavoxmagazine.it/?s=Premio+penisola+sorrentina+


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