“Ho paura torero” al Teatro Bellini di Napoli | L’“incanto” della Fata dell’angolo


Incanto, come incantesimo, deriva dal latino “incantare”. “In” intensivo e “cantare”, “recitare formule magiche”. Stessa radice del gettonatissimo francese “charme”, derivato da “carmen”. Canto, poesia, profezia. Un grido libero e fascinatorio che ti ruba il cuore per portarlo lontano. Questa la spiegazione didascalica dell’etimologia del termine. Ma noi non scriviamo per insegnare, scriviamo per dipingere quello che proviamo. Quando vuoi davvero capire che cosa una parola scritta riesca a spiegare, devi abbinarla a qualcosa di concreto che puoi vedere, sentire, toccare e gustare. E “incanto” è proprio la parola giusta per descrivere lo spettacolo che ci ha incantato al Teatro Bellini di Napoli!

È finito il nostro marzo con “Ho paura torero”.

Se lo avessimo visto il primo aprile, avremmo potuto pensare ad uno scherzo della nostra mente, uno di quei sogni da cui ti svegli per riaddormentarti, con la speranza che ricominci proprio dal punto in cui tutto si era interrotto. E, invece, per fortuna lo abbiamo visto il 31 marzo. Ultima recita napoletana, tre ore di pura dialettica poetica. Un teatro, il Bellini, che, dai suoi palchetti, profuma di arte e di storia. Che sa di bello.

Lo spettacolo Ho paura torero è tratto dall’omonimo romanzo di Pedro Lemebel, lo scrittore cileno, morto 10 anni fa. Icona della letteratura queer e pop camp sudamericana. La vediamo apparire sul palco, eterea e concreta al tempo stessa, la Fata dell’angolo. La storia racconta di una donna trans che offre la propria soffitta a un militante del Fronte patriottico, Manuel Rodríguez.

Il romanzo celebra il trionfo dell’erotismo e dei sentimenti sui pregiudizi. Lo spettacolo riesce nell’intento di lasciarti in bilico. Liminare è la posizione dello spettatore: tra una dimensione onirica e la storia; tra il disvelamento della potenza dell’eros e la politica.

Claudio Longhi, il Direttore del Teatro Piccolo di Milano, è il regista. Lino Guanciale è l’interprete della Fata dell’angolo. Saremo sicuramente di parte, ma per noi e per i lettori di MediaVox Magazine, Lino Guanciale non ha bisogno di presentazioni.

Eravamo a Napoli, nel 2025, prima che le luci in sala si spegnessero. Sì è aperto il sipario. Ora siamo a Santiago, nel 1986.

Davanti a nostri occhi, si disvela un’opera teatrale che, con la sua sensibilità e il suo crudo fascino, narra la solitudine e la lotta per l’identità, in un Cile degli anni ’80 dominato dalla dittatura e dalla repressione. La storia di una Fata. Un personaggio che si muove tra il desiderio di libertà e il peso della propria esistenza, ai margini della società. Altro personaggio importantissimo è la Città che non accetta la diversità e l’amore proibito. Contro la solitudine e contro la paura, la Fata lotta disperatamente per sopravvivere, nel tentativo di difendere le sue fragilità.

Il palco del Bellini, con una scenografia, minimalista ma potente, evoca un Cile segreto. La scena colorata, ad un certo punto, sembra trasformarsi prima solo in una parete di mattoni invecchiati e, poi, di lamiere ingiallite. Il muro pare stringersi talvolta, quasi a voler claustrofobicamente dare la rappresentazione visiva della tormentata esistenza della Fata. Veli o ventagli che svolazzano, come ali di farfalle in gabbia. Luci basse, luci alte. A tratti fredde, a tratti calde. Luci che accendono i volti degli attori. Un’atmosfera intima e avvolgente. La scena si trasforma continuamente: da angolo di solitudine a spazio di rabbia, a scrigno di desideri. Pochi oggetti che parlano più di tanti gesti: una sedia, un tavolo, una foto appesa alla parete. Non mancano i sorrisi.

La radio che è amica e confidente della Fata. La radio che, nel 2024, ha compiuto 100 anni, sembra, invece, un’adolescente a cui la Fata chiede di custodire segreti e speranze. Elementi di scena che non sono mai superflui, ma sempre simbolici, come gli abiti che la Fata indossa e che diventano emblema della sua ricerca di identità. Dal velo che le copre parte dei capelli, alla camicia con la stampa tempestata di gheishe o i mille fiori variopinti. Rimandi a culture altre o a indizi da decifrare. La Fata però ha sempre tanta grazia; in ogni suo movimento, in ogni suo cambiamento.

Lino Guanciale, nel ruolo della Fata, è straordinario. La sua interpretazione va ben oltre la recitazione ed è difficile da dimenticare: è una ricerca catartica, un viaggio emozionale. Lino parla e la sua voce ti porta a guardare i suoi occhi. Dagli occhi partono i movimenti, del cuore e del corpo. Le sue dita si agitano come il battito cardiaco della trama, ogni parola è un messaggio di libertà e di dolore. Un grido sussurrato e un sussurro urlato. Guanciale incarna la fragilità del personaggio, con rara sensibilità e talvolta grande ironia, facendolo diventare simbolo di tutti coloro che vivono nella paura e sopravvivono nella disperazione.

Lino ha dichiarato di essersi ispirato alla figura di sua madre, purtroppo scomparsa, quando ha pensato ai tratti gentili e puramente femminili da regalare alla sua Fata; quando lo ha detto, ci è parso di vedere le vene dei suoi polsi vibrare d’amore e di nostalgia. Una dedica tanto bella quanto struggente. Vera. Unica.

La verità non si nasconde, non si piega, dà forza per resistere. Questo vuole raccontare la Fata. E lo fa insieme a un cast davvero eccellente: Daniele Cavone Felicioni, Francesco Centorame, Michele Dell’Utri, Diana Manea, Mario Pirrello, Sara Putignano, Giulia Trivero.

Il ritmo alternato, fatto di silenzi e parole, arriva come scossoni alla platea. La regia, curata con estrema sapienza, lascia spazio alla resa scenica, senza mai distrarre dall’essenza emotiva del testo. Equilibrio ben bilanciato tra azione e riflessione, sorrisi e interrogativi, lotta fisica e lotta interiore.

Come ha sottolineato Guanciale, l’opera sfida la nostra concezione di normalità. Non parla solo della Fata. Ma dei limiti di ognuno di noi. Ci pone davanti alle fragilità, nostre e degli altri, chiedendoci di mostrarci per ciò che siamo, anche a costo di soffrire. Coraggio e paura. Senza sottometterci mai al giudizio altrui.

Una storia universale che, sebbene ancorata alla realtà politica cilena degli anni ’80, si fa metafora di una battaglia che non ha né tempo né luogo. Una storia che ci invita a riflettere su che cosa significa avere paura e forse, anche, su che cosa vuol dire essere veramente liberi. Uno spettacolo che non lascia indifferenti. Uno spettacolo che rimane dentro, anche dopo il calar del sipario. Come il rumore del mare al tramonto…


La scheda | Ho paura torero di Pedro Lemebel; traduzione di M.L. Cortaldo e Giuseppe Mainolfi; trasposizione teatrale Alejando Tantanian; regia Claudio Longhi; scene Guia Buzzi;costumi Gianluca Sbicca; luci Max Mugnai; visual design Riccardo Frati travestimenti musicali a cura di Davide Fasulo; dramaturg Lino Guanciale;assistente alla regia Giulia Sangiorgio;con con Daniele Cavone Felicioni, Francesco Centorame, Michele Dell’Utri, Lino Guanciale, Diana Manea, Mario Pirrello, Sara Putignano, Giulia Trivero; produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa. Durata 187 minuti compreso l’intervallo.


Rileggi gli articoli di MediaVox Magazine dedicati a Lino Guanciale, clicca QUI per la lista completa: https://mediavoxmagazine.it/?s=Lino+Guanciale+

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Leggi anche l’intervista di Patrizia D’Amora all’attore Michele Dell’Utri (anche lui in scena con “Ho paura Torero”), clicca QUI


Viridiana Myriam Salerno, laureata in Giurisprudenza presso l'Università "Federico II" di Napoli, è diventata Avvocato nel 2013. È Giornalista Professionista. E’ Direttore Responsabile della Rivista culturale nazionale “MediaVox Magazine” dal 2015. I suoi scritti sono pubblicati in numerosi libri, editi da importanti Case editrici. Ha curato l'editing di molti volumi. Ha realizzato copertine e graphic-novel. È esperta di comunicazione e linguaggi multimediali. Si occupa del coordinamento di Uffici-Stampa e dell’organizzazione di eventi culturali, è accreditata a rilevanti eventi nazionali ed internazionali, come il Festival di Sanremo, il Taormina Film Fest, l'Ischia Film Festival o il Premio Penisola Sorrentina. Dal 2022, collabora con il Consorzio Gruppo Eventi che, tra le tante attività, ha ideato e realizza "Casa Sanremo" e cura la produzione esecutiva de "I Nastri d'Argento". È segretaria dell'Assostampa Campania Valle del Sarno.